La gente avrebbe voluto domandarle cosa stesse facendo. Lei li guardava, dalla sua torretta, vagabondare lungo il sentiero con i loro cappellini da baseball, i loro pantaloncini, le loro ssneakers. I più coraggiosi scalavano i centocinquanta gradini di legno intagliati che fiancheggiavano la montagna, tenendosi alla ringhera del capanno di vetro. Quel capanno che lei, per nove mesi all'anno, chiamava casa. Sudando e fermandosi di tanto in tanto per una pausa, loro avrebbero voluto domandarle che cosa stesse facendo. "Bellissimo" avrebbe voluto rispondere lei. "Pacifico". A novemila piedi poteva vedere il Monte Whitney sorgere tra le merlature della Sierra; lei poteva vedere stelle che non erano ancora state scoperte. Al mattino era la prima a vedere il sole emergere da dietro le colline a est, ed alla sera, qunad'era ormai buoi intorno a lei, era l'ultima a vederlo scomparire. Non era capace di spiegarlo. Era seduta sul tetto del mondo. «Non si sente sola lì sopra?» si chiedevano. Sì, certo che si sentiva sola, ma non era importante. Todd era lì con lei in estate, ma a settembre lui doveva tornare indietro, a valle, da suo padre, a scuola; allora il mondo tornava a ruotare sul vecchio asse. Mentre faceva colazione li vide arrivare lungo la via. Subito ne fu annoiata. Loro guardavano stupidamente oltre le sue spalle, fingendo di non vederla, oppure facevano i soliti banali commenti mentre lei mangiava. A loro poteva sembrare Disneyland, o qualcosa di simile, ma era la sua casa.
mercoledì 21 dicembre 2011
Sitting on the Top of the World
Non è farina del mio sacco il testo qui sotto, ma ho pensato di riportarlo e condividerlo sul mio blog perchè mi piace molto. È un breve racconto tradotto in lingua italiana, tratto da "Sitting on the Top of the World" di Tom Coraghessan Boyle.
martedì 20 dicembre 2011
La mia testa
La mia testa è singolare.
La mia testa non cammina incollata al resto del corpo, ancorata al suolo, ma a decine di metri d'altezza, tra le nuvole e l'azzuro infinito del cielo.
Lassù, la mia testa, osserva il mondo da una stravagante e forse un po' distorta prospettiva.
Lassù, la mia testa, sogna, riflette, e spesso parla con sè stessa, producendo interminabili monologhi e partorendo considerazioni, ma rimanendo sempre perennemente confusa.
La mia testa non cammina incollata al resto del corpo, ancorata al suolo, ma a decine di metri d'altezza, tra le nuvole e l'azzuro infinito del cielo.
Lassù, la mia testa, osserva il mondo da una stravagante e forse un po' distorta prospettiva.
Lassù, la mia testa, sogna, riflette, e spesso parla con sè stessa, producendo interminabili monologhi e partorendo considerazioni, ma rimanendo sempre perennemente confusa.
venerdì 18 novembre 2011
Il Grande Imbroglio
Alle soglie del 2012 ancora va in onda il Grande Fratello.
Lo stesso vale anche per molti altri programmi TV.
Sopravvivono perché la gente continua a seguirli…
Ma perché?
Che gusto si prova a guardare venti sciocchi -di cui una parte lo è sul serio mentre la restante è costruita e lo fa per soldi- rinchiusi in una casa di lusso, che dopo due giorni hanno già litigato, piagnucolato, trovato un futuro partner, costruito strategie o cercato altra maniera per mettersi in mostra?
Vorrei capire quale giovamento possiamo trarre osservando venti ratti che se la spassano in una casa fornita d'ogni confort -alla faccia della crisi!-, oziando tutto il giorno ed uscendo dal loro letargo solo per dare spettacolo.
Vorrei sapere quale piacere otteniamo studiando ventiquattr'ore su ventiquattro ragazzi simili a noi che passano nove mesi in una villa e, dopo essersi ridicolizzati per la loro inciviltà ed ignoranza, otterranno quasi sicuramente, una volta usciti dalla casa, un gratuito futuro nello spettacolo.
La cosa dovrebbe mandarci in bestia, specialmente in periodi come questo, in cui il futuro delle nuove generazioni è sovrastato da un enorme punto interrogativo. Mentre noi lottiamo per ottenere un lavoro ai concorrenti del GF viene servita su un piatto d'argento fama e popolarità senza ch'essi abbiano sopportato grandi sforzi.
È sufficiente infatti che ignorino le più basilari regole di lingua e che non conoscano l'abc di storia, matematica e scienze.
È sufficiente che si urlino addosso, si spintonino e si azzuffino, che siano scurrili, che sappiano giocare con la parola amore.
È poi ormai risaputo che i concorrenti della casa non vengano selezionati per il loro spessore morale e psicologico, ma perché raccomandati. Spesso e volentieri sono infatti parenti o amici di personaggi famosi ad entrare, o ragazzi che in passato sono comunque già apparsi in TV o sulle riviste e che vengono ingaggiati per il loro bell'aspetto.
È palese perciò che il Grande Fratello sia qualcosa di totalmente costruito, pianificato a tavolino.
E noi? Seduti sul divano la sera ancora ci divertiamo con questi fenomeni da baraccone?
Frane ed inondazioni cancellano paesi liguri e piemontesi, la crisi incombe, il mondo è in rivolta, i sani principi pargono scomparsi, ma noi ancora guardiamo il Grande Fratello.
Ogni cosa è appesa ad un sottile filo delicato.
Manchiamo d'equilibrio.
Nonostante tutto noi ancora guardiamo il Grande Fratello.
Manchiamo d'equilibrio.
Nonostante tutto noi ancora guardiamo il Grande Fratello.
Arriverà -spero- il giorno in cui questo programma passerà di moda e nessuno più si sognerà di guardarlo, ma solo perché è passato di moda, non perché ci si è accorti che è il peggiore ritratto dell'Italia.
Forse ho sbagliato generazione
Sono forse morti i tempi di Janis Joplin e dei Rolling Stone?
Dei Beatles e dei Pink Floyd?
Sdraiata sul letto, occhi chiusi. CD nello stereo.
Ormai lo so a memoria: conosco ogni parola, anticipo le seguenti.
Ecco, isolo la chitarra elettrica, quel suono perfetto, così carico, sicuro…Ora mi concentro sulla batteria, il pianoforte, il basso… Che suoni chiari, perfetti…
Mentre canticchio a mezza voce mi si riempie il cuore.
Ho tutto quello che desidero in questo momento, e poi Lui sembra parlare proprio a me! Una fetta della mia vita É in quella canzone… Ed ecco, è finito tutto troppo in fretta, in un soffio.
Apro gli occhi, spengo lo stereo ed esco in giardino.
Ho bisogno di riflettere, quindi mi sdraio sul prato, al sole; la sensazione è magnifica: il sole di primavera scalda timidamente ogni centimetro della mia pelle e le borchie di metallo del mio braccialetto, il venticello solleva leggermente gli angoli della mia t-shirt sui jeans e diffonde il profumo dei fiori e dell'erba.
Diavolo! Perché QUI nessuno conosce questa musica?!
Mh… Forse la domanda corretta sarebbe:«Perché QUI nessuno conosce la MUSICA?»
Lasciamo perdere i dizionari; la musica, dentro di noi, nella nostra testa e nel nostro cuore, come possiamo spiegarla?
È strano, quasi surreale l'effetto che provoca, eppure non sappiamo dire cosa sia. Io sono arrivata a ritenere che esistano due ipotesi.
Materialmente, la musica, è una sorta di reazione chimica che coinvolge non so bene quali elementi e carica le nostre batterie, ci mette di buon umore, ci fa riflettere, gioire o intristire, ci permette di amare o odiare, di patire o curare sofferenze. Medicina o no, l'aspetto "materiale" è strettamente legato a quello astratto, inconsistente, ultraterreno. Tale aspetto sono proprio i sentimenti che la musica scatena in noi. Fitte allo stomaco, nodi alla gola, strette al cuore sono altri effetti, più o meno immaginari, che essa provoca.
Fino a qui non è complicato.
Ora, io ascolto punk, rock e metal; non certo generi morbidi, me ne rendo conto; il problema è che mi giro e sento pronunciare solo le parole "Techno", "Hardstyle", "Hardcore", che per me hanno tutte lo stesso significato… Ho dovuto farmi spiegare la differenza, perché non capivo…
Sono andata su internet, ho digitato una delle parole e provato ad ascoltare, giungendo alla conclusione che forse i giovani non hanno ben presente il concetto di musica.
Premetto che mi è difficile essere obbiettiva, quindi dovete accettare il mio parere per quello che è e decidere se condividerlo oppure no. Premetto anche che non intendo attaccare nessuno perché rispetto qualsiasi vostro gusto musicale. Desidero soltanto capire…
Per me la musica è strumento, dita che pizzicano corde o premono tasti, un plettro tra le labbra -noi chitarristi ci capiremo ;)-, il fiato nel sax, bacchette indaffarate tra piatti e tamburi, voci che si intrecciano, fino a morire in un'ultima nota. E fogli, tanti fogli, spartiti, accordi.
Ma allora, se la musica è davvero tutto questo -come io mi ostino a credere-, cosa vi porta ad amare un genere interamente studiato ed elaborato al computer?
Una macchina può rubarci il piacere di poggiare i polpastrelli sulle corde di una chitarra, sui tasti di un piano, sull'archetto di un violino, sulle bacchette di una batteria? È questo che vogliamo?
O forse… Sono io che ho sbagliato generazione?
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